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#1
28 Maggio 2009 - 09:39
Lo zio Szabo - Liberamente tratto da Budapest 1956 - Victor Sebastyen - Rizzoli 2006
Budapest, venerdì, 26 ottobre 1956
Appena dopo l'alba, un cinquantanovenne con enormi baffi e un cappello da cowboy, armato di fondina e cartucciera, si presentò davanti alle barricate di piazza Szena. Era Janos Szabo, che presto diventerà per tutti a Budapest lo zio Szabo, il più amato fra gli insorti. Szabo sarà forse sembrato un po' bizzarro con quel suo naso aquilino e l'aria trasandata, ma aveva uno strano fiuto per la guerriglia, un contegno schivo e un'autorevolezza indiscussa. "Lo zio Szabo fu una scelta obbligata nel nostro gruppo. Era semianalfabeta, parlava poco o nulla, ma aveva una visione molto chiara delle cose e capiva al volo la situazione. Aveva un carisma ineguagliabile." Janos Szabo era nato in una povera famiglia contadina a Zaruzseny, ora in Romania. Abbandonata la scuola a dodici anni, si era fatto le ossa come operaio specializzato. Durante la brevissima repubblica sovietica di Bela Kun, fu comandante di brigata dell'armata rossa. Rimasto in Romania fra la minoranza ungherese in Transilvania, lavorò nelle ferrovie come manutentore. Nel 1944 si spostò in Ungheria e trovò lavoro come autista per il ministero dell'agricoltura. Per un po' fu l'autista di fiducia di Imre Nagy, quando quest'ultimo era ministro dell'agricoltura nel governo di coalizione postbellico. Szabo entrò nel partito nel 1945 e ne uscì all'inizio della dittatura del testa di cazzo Rakosi. Nel 1949 fu recluso per tre mesi dopo un tentativo di espatrio clandestino. Scarcerato, tornò a fare l'autista per un'impresa statale di distribuzione, ma fu arrestato nel 1953 con la falsa accusa di essere una spia. Per sua fortuna scampò alle torture e uscì di prigione dopo nove mesi senza affrontare un processo.
Nel 1956, piazza Szena era una trafficata stazione dei tram e degli autobus nel cuore di Buda, che collegava i ponti sul Danubio alle strade dirette a nord. Dalla prima mattina dell'insurrezione, un gruppo di ribelli combatteva sul posto, utilizzando i tram come barricate. Più di una volta si erano dispersi riuscendo però, fra mille difficoltà, a riunirsi di nuovo. Quando zio Szabo prese il comando, gli insorti - non più di cinquecento - costruirono una postazione facilmente difendibile. "Prima combattemmo con pochi fucili d'assalto e qualche pistola mitragliatrice presa all'esercito ungherese. Poi sottraemmo ai sovietici parecchi mitra e perfino un blindato con una mitragliatrice pesante. Eravamo organizzati ma, in parte, anche piuttosto confusionari. Se un tizio voleva combattere, afferrava un fucile, andava in piazza Szena, si appostava all'angolo di una strada e combatteva, tutto qui. Nessuno lo interrogava o cercava di impedirglielo."
Dopo aver messo al sicuro la base, zio Szabo spedì i combattenti in missioni di disturbo che lasciarono i russi di stucco: "Normali casseruole o padelle riempite d'acqua, appese a dei cavi, venivano calate in mezzo alla strada. Quando sentivamo venire avanti i russi , abbassavamo lentamente le pentole fino a un metro da terra. All'inizio i carri russi esitavano. Questa indecisione dava il tempo sufficiente ai combattenti negli appartamenti o negli uffici in alto per lanciare le molotov e le granate dalle finestre." Un'altra tattica consisteva nel piazzare mattoni in mezzo alla strada e coprirli con assi di legno. Da lontano assomigliavano a mine di terra. Zio Szabo ricordava a tutti i ribelli che, una volta messi fuori uso, i carri diventavano ottime barricate per la successiva scaramuccia. A Buda, la parte collinare della città, zio Szabo escogitò l'idea di rivestire le strade di seta e di versarci sopra acqua saponata: i carri scivolavano, sbandavano e si scontravano fra di loro.
Piazza Szena cadde il 6 novembre. Zio Szabo fu catturato mentre cercava di riparare in Austria. Fu impiccato nel gennaio del 1957.
utente anonimo
#2
30 Maggio 2009 - 15:25
La scimmia giacobina è l'ultimo prodotto delle differenziazioni che si stanno determinando nella mandria di bruti che riempie delle sue strida i mercati italiani. Differenziazione meccanica. La scimmia non ha anima; la sua vita è susseguirsi di gesti; i gesti sono diventati frenetici; ecco la differenziazione.
La vita italiana politica è stata sempre piú o meno in balía dei piccoli borghesi; mezze figure, mezzo letterati mezzo uomini; il gesto è tutto in loro. Concepiscono la vita librescamente. Sono imbevuti di letteratura da bancherella. Non concepiscono la complessità delle leggi naturali e spirituali che regolano la storia. La storia è per loro uno schema. E lo schema è quello della Rivoluzione francese. Ma non della Rivoluzione francese che ha profondamente trasformato la Francia e il mondo, che si è affermata nelle folle, che ha scosso e portato alla luce strati profondi di umanità sommersa, ma la Rivoluzione francese superficiale, che appare nei romanzi e nei libri di Michelet, i cui attori sono avvocati rabbiosi ed energumeni sanguinari. Questa superficie l'hanno presa per sostanza, il gesto di un individuo l'hanno preso per l'anima di un popolo. Ripetono il gesto, credono con ciò di riprodurre un fenomeno. Sono scimmie, credono di essere uomini.
Non hanno il senso dell'universalità della legge, perciò sono scimmie. Non hanno una vita morale. Operano mossi da fini immediati, particolarissimi. Per raggiungerne uno solo, sacrificano tutto, la verità, la giustizia, le leggi piú profonde e piú intangibili dell'umanità. Per distruggere un avversario sacrificherebbero tutte le garanzie di difesa di tutti i cittadini, le loro stesse garanzie di difesa. Concepiscono la giustizia come una comare in collera col forcone brandito. La verità è una donna da marciapiede della quale si sono autonominati i d'Artagnan. L'umanità è solo composta da chi la pensa come loro, cioè da chi non pensa affatto, ma sacrifica al dio di tutte le scimmie.
Sono italiani, in un certo senso. Sono gli ultimi relitti di un'italianità decrepita, uscita dalle sètte, dalle logge, dalle vendite di carbone. Un'italianità piccina, pidocchiosa, che contrappone all'autorità dispotica dei principotti una nuova autorità demagogica non meno bestiale e deprimente. Sono i relitti di quell'italianità che ha dato prefetti e questurini al giolittismo, e ora vuole imporsi con altri prefetti e altri questurini.
La loro affermazione ultima, questo loro esagitarsi goffamente, è utile in fondo. Gli italiani nuovi, che si sono formati una coscienza e un carattere in questo sanguinoso dramma della guerra, sentiranno maggiormente la loro personalità in confronto di queste scimmie. Le scimmie giacobine sono utili per questo: che gli uomini vorranno essere piú uomini, per differenziarsene, per non essere confusi coi gaglioffi, che hanno un nido di scarafaggi per cervello e una stinta fotografia di Marat per anima.
(22 ottobre 1917).
utente anonimo
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